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La leggenda dell'olio di Aradìa

07 dicembre 2018
La leggenda dell'olio di Aradìa

Come faceva da epoca immemorabile, anche quell’anno  - nella notte dell’otto dicembre – Tumulta cominciò il suo giro tra le viuzze del paese, immerse nel buio e nel primo freddo dell’inverno. Era la più anziana ed irascibile delle streghe e faceva visita alle sue colleghe per ricordare loro il patto della notte di Natale.

Il patto, al quale tutte le masciare erano in pratica costrette a sottostare, consisteva nell’inventarsi ogni volta un nuovo incantesimo per rovinare l’atmosfera natalizia a qualcuno che, durante l’anno, si fosse dimostrato con loro poco amichevole. Per la verità di persone che guardavano la strega Tumulta un po’di traverso ve ne erano molte e così lei accumulava una  rabbia trasmessa alle altre le quali, per conto loro, avrebbero anche fatto a meno di andarsene in giro durante le notti prima del Natale. Ma a Tumulta, con i suoi atteggiamenti da comandante supremo, non si poteva certo dire di no e quindi ogni anno bisognava sottostare alle sue intenzioni.

Quell’anno nella combriccola c’era una novizia, tale Aradìa, che partecipava per la prima volta a siffatta malvagia tradizione. Per la giovine le raccomandazioni di Tumulta furono particolarmente perentorie, suonando alle sue orecchie come ordini reboanti. L’apprendista masciara, quando Tumulta se ne fu andata, restò per qualche tempo davanti al fuoco che fievolmente ardeva ancora nel focolare della sua bicocca: un tugurio, più che altro, dove viveva con suo padre, uomo stanco della tanta fatica di una vita passata a dissodare la terra sotto gli ulivi ed incurvato come quei rami di quercia che hanno dovuto arrendersi alla forza del vento e della pioggia.

La ragazza rimase pensierosa a fissare la brace che pian piano si spegneva, sopraffatta dall’umido della notte. Ad un tratto si scosse, forse per un brivido, ed un pensiero improvviso si materializzò nella sua mente ondivaga; in fondo, si disse, la vita mi ha sempre maltrattata e dunque non mi farò altri scrupoli. Davanti a quel miserevole e spento focolare prese la sua decisione: mi vendicherò contro ciò che ci ha reso la vita insopportabile e dura; contro ciò che, invece di donarci cibo e ricchezza, ci ha portato fatica e povertà. E seguendo il filo di questi pensieri si coricò speranzosa di sognare la mamma, la masciara più potente del paesello che troppo giovane era passata a miglior vita, avendo fatto in tempo a svelarle i segreti del mondo occulto. Quella notte Aradìa la sognò, la mamma, che si aggirava in un oliveto chinandosi di tanto in tanto a raccogliere qualcosa dalla terra proprio sotto un ulivo biforcuto. Il mattino seguente, quando fu sveglia, la ragazza ebbe come la sensazione di conoscere il posto dove sua mamma l’aveva portata in sogno e, d’impeto, si fiondò fuori dall’uscio tutta arruffata e s’incamminò verso i campi.

Attraversando la campagna ancora bagnata della rugiada dell’alba e profumata di mille essenze che avrebbe riconosciuto ad occhi chiusi, un pensiero la inquietava: non riusciva a ricordare quale fosse quell’erba raccolta in sogno dalla madre sotto l’ulivo. E mentre procedeva saltando agile sui muretti di pietra che dividevano una piccola proprietà dall’altra, una povertà dall’altra, ebbe chiaro ad un tratto che il suo maleficio avrebbe colpito quegli alberi che apparivano a lei come i nemici di sempre. Quegli alberi così aspri, scarni e quasi pietrificati che in fondo altro non erano che l’immagine bruta della sua stessa vita. Il convincimento che il sogno le avesse indicato un perfetto sortilegio aumentò quando si trovò davanti a quell’ulivo bicuspide che aveva visto con gli occhi chiusi durante la notte. Ricordava con precisione, Aradìa, la formula che avrebbe portato quelle piante ad avvizzire senza dare più frutto. E proprio davanti a quell’olivo, antico ed aperto alla base in due parti che sembravano braccia mendicanti tese nel cielo, cominciò il suo rito. Dopo un attimo, però, un acquazzone scrosciante, un improvviso diluvio gelido e furente, le si scaraventò indosso, così rapido e rabbioso da non lasciarle il respiro neanche per trovare rifugio.

L’acqua smise di colpirla dopo un attimo interminabile ed il cielo cupo si aprì: l’aria fresca del mattino colpì le sue narici portando con sé il profumo del sogno. La ragazza si guardò intorno a cercare nella terra l’origine di quell’effluvio che l’aveva rapita. Proprio sotto i suoi piedi alcune olive sfuggite al raccolto e schiacciate sotto il suo peso avevano pianto le loro verdi lacrime che avevano baciato il ramo di una pianta profumata spuntato li da presso. Aradìa raccolse due o tre frutti e qualche foglia tenendole strette tra le mani e sfregandole per sentirne ancora l’aroma. D’istinto passò quell’impacco sul volto che ne spense il rossore e poi sui capelli spinosi che docili si allisciarono sotto le dita. Un raggio di sole colpì proprio allora una pozza sotto l’albero e la giovine vi si specchiò: nell’acqua colse il sorriso compiaciuto di sua madre che guardava Aradìa pronta a portare al mondo il segreto della bellezza. 

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